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7 novembre 2003

Caro amico Marco Papacci e Roberto Casella:

È passato molto tempo dall'ultima volta che Lei ha sentito parlare di me.

Troppo e sicuramente molto di più di quello che io avrei voluto. Se mi soffermassi a descrivere le circostanze che mi hanno impedito di rispondere a tante lettere ricevute negli ultimi mesi, questa lettera si estenderebbe innecessariamente.

Spero che mi prenda in parola quando le dico che ho passato vari mesi faticosi, rispondendo a centinaia di lettere provenienti da Cuba che si erano accumulate. È una situazione per la quale siamo molto dispiaciuti in quanto, da una parte, ci rende felici il fatto di ricevere ognuna delle vostre lettere, dall'altra il rispondere a tutte è divenuto un esercizio sovraumano ed intellettualmente faticoso.

Quindi ci rendiamo conto che non possiamo rispondere nella stessa maniera alla vostra sensibilità; che non abbiamo la capacità di corrispondere nella stessa forma e dobbiamo rassegnarci con queste lettere che mani amorose, fuori da questo recinto, scrivono e distribuiscono a centinaia; e la mancanza della possibilità di rispondere come ognuno di Voi si merita è qualcosa che ci dispiace e che ci duole.

Questo sì, leggiamo ognuna delle lettere che ci arrivano con attenzione, indipendentemente da quanto siamo occupati, ed ogni messaggio ci giunge puro, motivandoci con la sua carica di solidiarietà e coraggio. Poco a poco i vostri nomi ci divengono familiari e nel leggere le vostre parole aumenta la nostra speranza che un giorno, in qualche maniera, potremo ringraziare personalmente coloro che si sono preoccupati per noi senza nemmeno conoscerci, guidati solo dalla loro sensibilità umana e dall'amore che spinge i loro istinti a difendere, nonostante la tanto spietata e malsana furia propagandista, l'opera che costruisce il popolo di Cuba.

L'ultima lettera collettiva che ho cercato di farle giungere, como questa, attraverso un aiuto esterno, disgraziatamente non è giunta a destinazione. Erano i giorni in cui eravamo già abituati al trasferimento dalla nostra vecchia prigione di McKean, poco prima che ci chiudessero arbitrariamente in celle di castigo, ed in questa lettera le descrivevo le condizioni del posto, in generale più vantaggiose rispetto a quelle che avevamo lasciato in Pennsylvania.

Successivamente è avvenuta quella privazione di libertà assurda e vegetativa, che grazie alla solidarietà delle persone come Voi nel mondo è durata solo un mese e passato il male, dopo un po’ ci siamo rincorporati alla routine normale del resto della popolazione penale.

Su tale routine non c'è molto da raccontare: oltre a rispondere alle lettere, ho organizzato la mia vita in modo tale da approfittare delle mattinate per mantenere la mia forma fisica, lasciando poi uno spazio ogni giorno per poter leggere il voluminoso cumulo di libri e della non meno voluminosa montagna di giornali che ci arrivano, tutti molto buoni. Le settimane trascorrono vertiginosamente con l'aiuto di una vita monotona e metodica che si ripete come le bugie contro Cuba in un telegiornale della CNN.

Ma l'importante è che mi sento bene, tanto fisicamente che mentalmente e nell'animo; ciò suppongo abbia poco a che vedere con l'accoglienza di questo luogo, anche se non ho lamentele serie.

Il nostro benessere è piuttosto fuori di qui, nel sostegno che riceviamo dal nostro popolo, nella certezza di ciò che difendiamo e nella morale che ci ha sostenuto a lungo in tutta questa odissea. Si trova, certamente, in ognuno di Voi, nel calore della Vostra solidarietà e nell'ottimismo che ci permette di sognare, in queste condizioni, quel mondo in pace che stiamo costruendo insieme.

Molte grazie ed un forte abbraccio.

René González Sehwerert         (Guarda l'originale)Originale della lettera

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